Ho letto, e riletto, con grande attenzione, l'articolo di Roberto Gremmo dal titolo "La difficile avanzata degli autonomisti autentici" apparso ieri sulla Nuova Padania  di  Stefania Piazzo

Gran parte del pensiero dell'autore è senza dubbio condivisibile, come per esempio il punto relativo al fatto che il Partito dei Veneti è stato schiacciato da un lato dal fatto che Zaia è stato percepito dall'elettorato veneto come un vero autonomista (che, poi, lo sia veramente è un altro discorso) e dall'altro lato dalla presenza di altre forze sedicenti autonomiste.
Senza dubbio, la stampa di regime ha alimentato la narrazione che in Veneto Zaia era contrapposto al centralismo salvinista, e questo ha portato molto fieno alla cascina di Zaia.
Su Grande Liguria, tuttavia, non condivido il punto di vista di Gremmo: è vero che la lista è nata in fretta, ad agosto sotto Ferragosto, ma ricordo che il decreto di indizione delle elezioni regionali è stato firmato il 23 luglio e che la Legge Elettorale Regionale è stata modificata il giorno prima: un fatto increscioso mai accaduto prima, credo, nella storia, da quando esistono le elezioni a suffragio universale.

Per non parlare delle difficoltà di dover fare una campagna elettorale senza mezzi economici ed in emergenza sanitaria da Covid 19.
In queste condizioni, in cui tutto, ma proprio tutto, giocava contro gli autonomisti, Grande Liguria ha:


1) depositato le liste piene in tutte le circoscrizioni, unico caso tra le liste liguri non supportate da partiti romani;
2) candidato alla Presidenza il miglior nome possibile nel mondo autonomista: uno dei Padri Fondatori della Padania, ex parlamentare e sindaco in carica di una cittadina che vanta il record di presenze turistiche in Liguria: insomma, con tutto il rispetto, non è stato candidato il primo che passa, tanto per fare numero;
3) raccolto una percentuale di voti pari allo 0,52% che la pone nettamente in testa alle formazioni autonomiste del Nord Italia, escludendo le regioni a Statuto Speciale, of course;
4) proposto l'unico programma - fra quelli presentati da tutte le forze - che, oltre allo Statuto Speciale (su cui poi chiuderò), avanzava una riforma amministrativa profonda (la fusione dei comuni), l'annullamento della politica sanitaria finora perseguita attraverso le privatizzazioni selvagge con l'abolizione della ALISA e lo stop alla riduzione dell'Ospedale Galliera, la riforma delle concessioni portuali scadute, e tanto altro ancora (Parchi Blu, divieto di costruzione nei Parchi Naturali, etc. etc. etc.).


Il perché dello Statuto Speciale: le autonomie differenziate sono un pasticcio inattuabile e, inoltre, sono fatte con legge ordinaria rivedibile ogni tot anni, anche con un Decreto Legge, al volo; al contrario lo Statuto Speciale prevede una Legge Costituzionale che non è rivedibile se non con le forme e le procedure previste dalla Costituzione ed inoltre, essendo Legge Costituzionale, non è emendabile per le vie ordinarie.
I vantaggi dell'autonomia portata dallo Statuto Speciale sono evidenti.

La Liguria è una terra di confine, come le nostre sorelle che hanno lo Statuto Speciale, prostrata da anni di disinteresse romano, poiché non è una mucca da mungere come la Lombardia ed il Veneto: ecco perché vi è lo spazio per una richiesta di questo tipo.
Infine, non posso condividere l'ultima affermazione, ossia che vi siano piccoli spazi di manovra per le forze autonomiste.

Al contrario, proprio l'esperienza di Grande Liguria insegna che anche in poco tempo e con tutti i fattori contrari, si può fare un risultato di tutto rispetto, che è un inizio.

Tutto dipende dalla capacità che avranno le forze autonomiste di fare "rete" in vista, per esempio, delle politiche: col proporzionale con sbarramento nazionale occorrerà fare "rete" e, orrore orrore, saper sedersi ad un tavolo con le forze romane più disponibili a trattare, se non altro per la loro convenienza.

Luigi Basso